EasyJoint
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EasyJoint: storia del marchio che ha aperto il mercato, e dove si compra oggi

Un marchio nato nel giugno 2017 che in diciotto mesi arriva a coprire la quasi totalità di un mercato che prima non esisteva. Questa è la sua storia, con i numeri dichiarati all'epoca — e la risposta onesta a chi oggi digita «EasyJoint shop».

Pubblicato il 16 settembre 2026 · Archivio della cannabis light in Italia

Il punto di partenza: una legge agricola e un grow shop di Parma

La legge 242 del 2 dicembre 2016, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre 2016 ed entrata in vigore il 14 gennaio 2017, nasce per rilanciare la filiera della canapa industriale: sementi iscritte al catalogo comune europeo, coltivazione senza autorizzazione, destinazioni elencate. Fra quelle destinazioni le infiorescenze non compaiono, e da quel silenzio nasce tutto quello che viene dopo.

A intercettare per primo lo spazio è Luca Marola, titolare di uno dei grow shop italiani più vecchi, il Canapaio Ducale di Parma. Nel giugno 2017 fonda EasyJoint insieme a Leonardo Brunzini, Federico Valla e Mirco Lentini Campallegro. L'intuizione non è agronomica ma di formato: prendere un prodotto che fino a quel momento era materia da fiera di settore e confezionarlo come un bene di consumo, con un marchio, un packaging riconoscibile e una rete distributiva.

La ricostruzione estesa di quella prima stagione è nella pagina sulla nascita del progetto.

Il formato: l'«articolo da collezione»

La scelta che più ha segnato il settore è quella dell'etichetta. I prodotti vengono immessi sul mercato come collector's item, articoli da collezione, con l'indicazione esplicita che non sono destinati né alla combustione né all'alimentazione. È la formula che la stampa internazionale ha ripreso ovunque: il New York Times, in un articolo della corrispondente Elisabetta Povoledo, la sintetizzò già nel titolo — fiori di cannabis legali che non si possono né mangiare né fumare.

Seguirono El País, Vice, Wired, GQ e Il Post. Nel racconto dei giornali EasyJoint diventa il volto di un mercato nato nello spazio lasciato aperto da una norma scritta per altro.

I numeri della crescita

La scala arriva in fretta, ed è documentata perché nel 2018 il marchio finisce dentro un'operazione finanziaria che obbliga a pubblicare cifre. Al 31 ottobre 2018, nei dieci mesi precedenti, le vendite dichiarate superano i 4 milioni di euro. La rete conta 11 negozi a insegna — destinati a diventare 14 entro fine anno — e oltre 450 punti vendita terzi fra grow shop, erboristerie e tabaccherie. La quota di mercato stimata nel comunicato dell'operazione è dell'85%.

Sono numeri di parte, dichiarati da chi stava vendendo una quota societaria, e vanno letti per quello che sono. Ma l'ordine di grandezza dice una cosa vera: in diciotto mesi un marchio aveva occupato quasi per intero un mercato che nel 2016 non esisteva.

Seedless: cosa significava davvero

«Seedless» è ancora oggi fra le ricerche più frequenti legate al marchio, e non era un vezzo di naming. Indica una tecnica: impedire l'impollinazione delle piante femmina, che così non producono semi. Una pianta non impollinata non spende risorse nella formazione del seme e le destina alla fioritura; il fiore risulta più compatto e la resina più abbondante. A parità di peso, chi compra paga fiore e non scarto.

Sotto quel nome è passata una gamma intera, costruita su varietà del catalogo comune europeo: la Seedless Nova su base Fibranova, la Seedless K8 nata da una selezione fenotipica, la Tripla Effe che mescolava Futura 75, Finola e Fedora, e poi Bio Futura, L'Originale, la Seedless Roots indoor.

Perché i nomi delle varietà contano

Fibranova, Futura 75, Finola, Fedora e Carmagnola non sono nomi commerciali: sono varietà iscritte al catalogo comune delle specie agricole dell'Unione europea, quello richiamato dalla 242/2016. Un prodotto che dichiara la varietà di partenza è un prodotto che si può ricondurre a una sementa certificata. Uno che parla solo di «indoor» o «premium» non dice nulla di verificabile.

Novembre 2018: i soldi dal Canada

Il 12 novembre 2018 la canadese LGC Capital, quotata a Toronto, annuncia l'acquisizione del 47% di EasyJoint per circa 4,8 milioni di euro — 2,56 milioni per cassa e 2,2 milioni in azioni. È il più grande investimento mai fatto fino ad allora nel comparto italiano della canapa, e il segnale che il fenomeno aveva smesso di essere una curiosità giornalistica.

È anche il punto più alto della parabola. Nel settembre 2018 era già arrivata la circolare del Ministero dell'Interno sulle infiorescenze, e i mesi successivi portano sequestri e contenziosi in tutta Italia.

Cosa è successo al marchio

Il negozio online EasyJoint non è più attivo e il marchio ha smesso di vendere direttamente: questo dominio è oggi l'archivio della sua storia. Alcune referenze restano in circolazione presso rivenditori terzi, ma il progetto come impresa verticale — coltivazione, marchio, rete di negozi — si è fermato.

Per completezza d'archivio va registrato un ultimo dato di cronaca: il fondatore è stato assolto con formula piena dal Tribunale di Parma nel maggio 2025, al termine di un procedimento durato sei anni. Questa pagina si limita a registrare il fatto e non ne trae conclusioni generali: il quadro delle pronunce, con i riferimenti per esteso, sta nella pagina Normativa e sentenze.

Cosa cerca oggi chi cerca «EasyJoint»

Le ricerche che portano su questo dominio sono quasi tutte di marca e quasi tutte d'acquisto: «EasyJoint shop», «EasyJoint online», «EasyJoint comprare». Chi le digita non sta facendo ricerca storica: sta cercando il prodotto che comprava nel 2018, o che ha sentito nominare allora.

La risposta utile non è un rimpianto ma un criterio. Nel 2017 il problema era trovare qualcuno che vendesse; oggi è distinguere fra i molti che vendono, e i parametri per farlo stanno quasi tutti in un foglio allegato al lotto: identificazione del lotto, laboratorio e metodo di analisi, data del prelievo, limite di quantificazione dichiarato. Come si legge quel foglio lo abbiamo spiegato riga per riga in come si legge un certificato di analisi.

La lista completa dei sei controlli da fare prima di ordinare — filiera, tracciabilità, confezionamento, consegna — è nella guida all'acquisto di questo archivio. Fra gli operatori che espongono lotto e certificato accanto al prodotto c'è un assortimento in cui ogni referenza porta la propria analisi, che è esattamente il livello di documentazione che nel 2017 non esisteva ancora.

Cosa resta

Tre cose, e nessuna è il marchio. La prima è merceologica: il fiore senza semi, che nel 2017 era un argomento di vendita, è oggi lo standard di fatto e non distingue più nessuno. La seconda è documentale: il certificato di analisi pubblicato accanto al lotto, che allora quasi nessuno allegava, è diventato la condizione minima per essere presi sul serio. La terza è strutturale: il canale si è spostato quasi per intero online, e i punti vendita sopravvissuti sono specializzati anziché generalisti.

Il mercato che EasyJoint ha aperto è cambiato di forma più volte in dieci anni. Chi vuole vedere l'intera parabola in ordine di data la trova nella linea del tempo 2016-2026, mentre le basi tecniche della materia — cannabinoidi, varietà, analisi — sono raccolte nella guida alla canapa a basso contenuto di THC.

Per ricostruire tutta la vicenda

Le tappe del settore, anno per anno, sono ricostruite in Dieci anni di cannabis light in Italia; per le domande ricorrenti su prodotti e quadro normativo, le FAQ dell'archivio.

Fonti: Legge 2 dicembre 2016 n. 242 (GU 30/12/2016, in vigore dal 14/01/2017) · comunicato LGC Capital del 12 novembre 2018 sull'acquisizione del 47% di EasyJoint · New York Times, «Cannabis Flowers Are Legal in Italy. You Just Can't Eat or Smoke Them» (Elisabetta Povoledo) · catalogo comune UE delle varietà di specie agricole (Fibranova, Futura 75, Finola, Fedora) · Tribunale di Parma, assoluzione maggio 2025 · rassegna stampa 2017-2018 (Vice, Il Salvagente, Canapa Oggi).