Svizzera: la soglia all'1% e un mercato adulto
La Svizzera è il caso più istruttivo perché ha fatto la scelta opposta a quella italiana: invece di discutere se le infiorescenze siano ammesse, ha alzato la soglia. Il limite di THC è fissato all'1% — cinque volte quello europeo — e sopra quella soglia il prodotto ricade nella legge sugli stupefacenti.
Il risultato è un mercato che non vive nell'ambiguità: i prodotti sono tassati come i tabacchi, venduti nella grande distribuzione e nei chioschi, con etichette e controlli standard. Rapportato alla popolazione, è il comparto più ampio d'Europa.
La lezione non è "copiamo la Svizzera": è che una soglia chiara, qualunque essa sia, vale più di un limite basso e contestato. Gli operatori sanno cosa possono fare, lo Stato sa cosa deve controllare, il consumatore sa cosa compra.
Germania: il grande spartiacque del 2024
La Germania ha fatto un percorso diverso e più radicale. Con la riforma entrata in vigore nel 2024, ha depenalizzato il possesso di cannabis per uso personale entro limiti definiti e ha introdotto i Cannabis Social Clubs, associazioni senza scopo di lucro autorizzate alla coltivazione collettiva per i soci.
Sul versante della canapa industriale, il regime resta ancorato alla soglia europea dello 0,3%, con un mercato dei derivati — oli, cosmetici, alimenti — solido e regolamentato. La differenza rispetto all'Italia è che il dibattito tedesco si è spostato a monte: non si discute se il fiore a basso THC sia stupefacente, perché la questione della cannabis vera e propria è stata affrontata direttamente.
Un fiore di canapa coltivato legalmente in un Paese UE, con THC sotto la soglia comunitaria, dovrebbe circolare liberamente nel mercato interno. È il principio che la Corte di Giustizia ha affermato nel caso Kanavape a proposito del CBD. Le divergenze nazionali sulle infiorescenze creano una frammentazione che è esattamente ciò che il mercato unico dovrebbe impedire — ed è uno degli argomenti oggi sul tavolo dei giudici europei.
Italia: il paese della soglia bassa e del divieto contestato
L'Italia parte dalla legge 242 del 2016, che liberalizza la coltivazione da sementi certificate con tolleranza fino allo 0,6% in campo, ma non nomina le infiorescenze tra le destinazioni ammesse. Da quel silenzio è nato un mercato, e da quello stesso silenzio dieci anni di contenzioso, fino al divieto esplicito del 2025 oggi contestato davanti alla Consulta e alla Corte UE.
La particolarità italiana non è la severità — la Germania sulle infiorescenze non è più permissiva — ma l'instabilità: nessun altro Paese europeo ha visto nascere, crescere e poi essere messo in discussione un intero comparto nell'arco di dieci anni, con oscillazioni dettate da circolari e sentenze più che da scelte legislative meditate.
Cosa significa per chi compra
Per il consumatore italiano la conseguenza pratica è una sola: conta la tracciabilità. Prodotti identici hanno statuti giuridici diversi a poche decine di chilometri di distanza, e l'unica difesa è sapere da dove viene ciò che si acquista, con quale certificazione e quale analisi. È la ragione per cui gli operatori strutturati pubblicano i certificati accanto ai lotti, come fa JustMary con le selezioni corredate di analisi di conformità.
Dove va l'Europa
La direzione non è univoca. C'è una spinta all'armonizzazione che passa dalle corti più che dai parlamenti — Kanavape prima, il rinvio italiano adesso — e ci sono spinte nazionali divergenti, dalla depenalizzazione tedesca ai regimi restrittivi dell'Europa orientale. La canapa industriale resta una coltura sostenuta dalla PAC, il che rende sempre più difficile giustificare divieti nazionali sul prodotto di una coltivazione che l'Unione finanzia.
Per ricostruire tutta la vicenda
Il precedente europeo che pesa di più su tutta la materia è ricostruito in Kanavape: quando la Corte UE stabilì che il CBD non è uno stupefacente. Per il quadro italiano: la legge 242/2016, la Cronologia e la pagina Normativa e sentenze. Le basi tecniche — cannabinoidi, soglie, analisi — sono nella sezione Cannabis light.