Il numero più citato
Quando si parla dell'impatto del divieto, la cifra che compare ovunque è 30.000 posti di lavoro. Viene dalle stime delle associazioni di settore riprese dalla stampa nazionale, e comprende l'intera filiera: coltivazione, trasformazione, distribuzione all'ingrosso e vendita al dettaglio, oltre all'indotto di laboratori di analisi, packaging e logistica.
Va maneggiata con prudenza. Non esiste un codice ATECO dedicato alla canapa light: le imprese si registrano sotto agricoltura, commercio al dettaglio di prodotti vari, o commercio elettronico. Questo rende impossibile un conteggio ufficiale e spiega perché le stime oscillino tanto tra una fonte e l'altra.
Le superfici coltivate
Sulla coltivazione i dati sono più solidi, perché la semina di varietà certificate lascia traccia. Dai poco più di 400 ettari censiti nei primi anni Duemila si è passati a diverse migliaia di ettari nel periodo di massima espansione, tra il 2018 e il 2019. La curva ha poi seguito fedelmente l'andamento normativo: contrazione dopo la pronuncia delle Sezioni Unite del 2019, parziale ripresa negli anni successivi, nuova incertezza dal 2025.
Tre ragioni. La prima: cosa si include nella «filiera» — solo le infiorescenze o anche semi, fibre, cosmetici e bioedilizia? La seconda: nessun codice statistico dedicato, quindi nessun censimento diretto. La terza: molte attività sono miste, e attribuire l'intero fatturato di un negozio alla canapa light sovrastima, attribuirne una quota arbitraria sottostima.
La struttura del mercato
Il settore italiano si è sviluppato con una fisionomia particolare: pochissime aziende di dimensione media, moltissime microimprese. È il portato della fase di apertura del 2017-2018, quando le barriere all'ingresso erano bassissime — bastavano un locale e un fornitore — e centinaia di attività aprirono in pochi mesi.
La selezione successiva ha premiato chi aveva costruito qualcosa di più difficile da replicare: un marchio riconoscibile, una filiera controllata, o un canale distributivo proprio. È la fase in cui l'esperienza EasyJoint diventa un caso raccontato dalla stampa internazionale, e in cui il commercio elettronico prende il posto del negozio fisico come canale principale.
Lo spostamento verso l'online
Il passaggio al digitale non è stato solo una questione di costi. Ha risposto a due esigenze specifiche del settore: la riservatezza del cliente, che in un negozio fisico non è garantita, e la tracciabilità del prodotto, perché online è possibile pubblicare i certificati di analisi accanto a ogni lotto.
Su questo si sono costruite le proposte più strutturate del mercato attuale, dalla consegna in punti di ritiro anonimi fino alle selezioni con analisi allegate: è il modello di operatori come JustMary, che distribuisce cannabis light e derivati con documentazione di conformità, e in generale la direzione in cui il settore si è mosso dopo il 2019.
Il confronto con gli altri mercati europei
Rapportato alla popolazione, il mercato italiano non è mai stato il più grande d'Europa: quel primato spetta alla Svizzera, dove la soglia di THC all'1% ha creato un settore proporzionalmente molto più ampio, con la canapa light venduta nella grande distribuzione. In Germania il mercato si è concentrato sui derivati e sugli integratori, in Spagna sui club associativi con un impianto giuridico completamente diverso.
La particolarità italiana è stata la velocità: nessun altro Paese europeo ha visto nascere e poi ridimensionarsi un intero comparto nell'arco di dieci anni, con oscillazioni così ampie dettate non dal mercato ma dalle interpretazioni normative. È questa instabilità, più del quadro fiscale o della domanda, ad aver frenato gli investimenti strutturali nel settore.
Cosa succede se il divieto regge
Le stime di impatto parlano della chiusura di gran parte delle attività dedicate alle infiorescenze. Resterebbero i derivati non psicoattivi — oli, estratti, cosmetici, alimenti dai semi — che oggi rappresentano una quota consistente del giro d'affari e godono di un quadro normativo più stabile, anche grazie al precedente europeo sul cannabidiolo.
Molto dipenderà dalle due pronunce attese: quella della Corte Costituzionale e quella dei giudici europei. Nel frattempo il settore vive in una condizione di sospensione, che è la peggiore possibile per chi deve programmare una semina o un investimento.
Per ricostruire tutta la vicenda
Per la ricostruzione normativa vedi la legge 242/2016, la sentenza delle Sezioni Unite e il precedente europeo Kanavape. Il percorso completo anno per anno è nella Cronologia, lo stato attuale nella pagina Normativa e sentenze.